Anatolij Djatlov, prima il dovere (SE 1)

Chernobyl – Anatolij Djatlov


È il 26 aprile 1986, una normalissima giornata per i dipendenti della centrale nucleare di Chernobyl. Siamo al cambio turno, e c’è un test da fare. Spetta all’assistente capo ingegnere Anatolij Djatlov seguirlo. Un gioco da ragazzi, procedura classica, rapidità e via. I piani alti impongono una deadline. Siamo già 10 ore in ritardo. Per Djatlov a prima vista non ci sono problemi, e mal che vada c’è il solito AZ-5, pulsante “paraculo” – ops, paracadute.

Le cose non vanno come previsto. Djatlov guida fermamente il supervisore Akimov e l’ingegnere Toptunov, forse troppo giovane per un test così importante, verso la catastrofe. Diciamo che la massima serenità trasparsa con i superiori si è trasformata in fatale impazienza verso i suoi sottoposti. Il reattore 4 esplode, ma il capo ingegnere se ne fotte. Il nocciolo è scoperto secondo i tester al lavoro, ma Djatlov non lo ritiene possibile. Chi lo biasima, il nocciolo di un reattore RBMK non può essere scoperto. Il test così prosegue con Anatolij che fa pompare acqua nel reattore, ma c’è un incendio in corso. Nulla, proprio nulla, sta andando come previsto, ma il capo ingegnere ha un compito: portare a termine il test entro la deadline. La dedizione al lavoro supera la sanità mentale? Tutta la squadra gli rema contro, ma è lui il capo. 

Deve comunque informare i suoi superiori, Bryukhanov e Fomin, ma li rassicura. Tutti sanno che un reattore RBMK non può esplodere; inoltre, dopo la misurazione, risultano radiazioni pari a 3 Roentgen. Preoccupante, probabilmente sì, ma bypassabile. Beh, peccato che i valori reali siano tipo di 15mila Roentgen.

Figuriamoci se Djatlov sospetta qualcosa. Lui il paracadute l’ha aperto: quell’AZ-5 per inserire le barre di controllo e interrompere la fissione nucleare. È a posto? No, non è un cazzo a posto. Qui si parla del disastro nucleare di Chernobyl. Il nocciolo è scoperto e cosa più grave non poteva accadere. 

Ormai il danno è irreversibile. Saranno l’esperto di reattori RBMK Legasov e il viceministro Boris Shcherbina a limitare i danni. Non solo: loro accuseranno il capo ingegnere e gli altri responsabili. Djatlov, impensabilmente asettico di fronte alle accuse, dovrà scontare 10 anni di lavori forzati. Poco, pochissimo, paragonato al danno umano e ambientale, e sicuramente insufficiente. Tuttavia è anche vero che non poteva sapere dell’errore di progettazione. L’errore sta alla radice, è naturale che poi qualche ramo cresca male. Forse con meno pressing e più tranquillità, come sarebbe necessario per dei test così importanti, ora di Chernobyl non avremmo di che parlare… 

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