Legasov, confessione di incompetenza (SE 1)

Chernobyl – Valerij Alekseevič Legasov


Anno 1986, Pripyat. Accade qualcosa di imprevisto alla centrale nucleare di Chernobyl e viene convocato un comitato. Parteciperanno anche il viceministro Boris Shcherbina e il professor Valerij Legasov. Tra le cose, quest’ultimo è primo vicedirettore dell’istituto per l’energia atomica di Kurchatov ed esperto di reattori RBMK. Parlano di 3.6 Roentgen, lo dice il direttore Bryukhanov: è esplosa la cisterna del sistema di controllo. Sanno che è la misura massima fornita da un dosimetro di bassa scala?

In attesa della riunione, Legasov visiona il report dell’evento: vede il problema sottovalutato – eufemismo. Attenzione a pagina 3, sezione riguardante le vittime: un pompiere ha toccato qualcosa di nero. Questa è grafite, signori. Se la grafite sta solo nel nocciolo, questo è scoperto. Può un nocciolo esplodere? No… Legasov tuttavia insiste. Shcherbina gli va contro, non conosce il guaio in corso: sono già 14 ore di esposizione alle radiazioni.

Gorbaciov incarica proprio i due: andranno a Chernobyl.

Basta un attimo per capire la situazione drammatica. Come previsto, il nocciolo è scoperto. Scendono in un posto sicuro – se esiste – e subito Bryukhanov e il suo collega Fomin insinuano che un reattore RBMK non possa esplodere, ma evidentemente è accaduto. Serve un test: non sono 3 Roentgen, bensì 15mila. QUINDICIMILA. Siamo oltre alla bomba di Hiroshima.

Legasov attua tutte le misure necessario, dal boro al drenaggio manuale, ma siamo all’irreversibile. Il nocciolo ha iniziato una fusione. Difficile lavorare serenamente, quando si è osservati speciali del KGB, organo di sicurezza dello Stato. Non è tuttavia solo: oltre all’appoggio di Boris, persona politicamente rilevante, ha l’apporto scientifico di Ulana Khomyuk. Una tipa con i controcazzi, se pensiamo che si è fatta 400 chilometri per Chernobyl prima e contro il KGB poi.

Pripyat evacuata, si avvicinano due momenti importanti, fondamentali. Il primo: Legasov dovrà testimoniare di fronte all’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica a Vienna. Ora, dire tutto mettendosi contro il KGB, o tenere segreta la faccenda? Ah, esce pure un difetto di progettazione delle barre di controllo del “pulsante salva tutto”, l’AZ-5. Proprio questo ha portato al conosciuto disastro di Chernobyl. 

Legasov mente al primo momento importante, ma si ravvede al secondo: il KGB sapeva tutto da Leningrado 1975, così testimonia contro Djatlov, Bryukhanov e Fomin, i principali responsabili. Come ha preso coraggio? Grazie a Boris, grazie alla Khomyuk. In una bilancia, pesa di più una bugia o una verità? Legasov dichiara di aver mentito e confessa l’incompetenza degli accusati. È la cosa giusta, lo sa. Gli costerà caro, però. Nessun riconoscimento per Chernobyl, nessun contatto e nessun lavoro, mai più. Nulla uscirà da quella sala. 

Fortunatamente, sappiamo che le sue dichiarazioni sono uscite eccome, anche se è servita la sua vita. Grazie, professore.

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